Alessio Boni è Enrico Piaggio nel ‘Sogno italiano’, film tv di Rai 1

di AGATA PATRIZIA SACCONE

Lo avevamo lasciato su un cavallo nella fiction “La strada di casa”, lo ritroviamo alla guida della mitica Vespa nei panni di Enrico Piaggio, nel film tv sul “Sogno Italiano” sempre trasmesso da Rai 1. Alessio Boni è un attore assai amato dal pubblico e pure un professionista apprezzato dai registi, che se lo contendono tra televisione, cinema e teatro.

Alessio Boni – photo credits: Marco Provvisionato /IPA/Fotogramma, Roma 2019

“Quando leggo le sceneggiature, ciò a cui sto attento è che arrivi un messaggio, una forza d’urto che serva a qualcosa” –spiega- “Accetto volentieri di interpretare quei personaggi pionieri del Made in Italy, vedi appunto il caso di Enrico Piaggio: ovunque, dall’india all’America fino all’Australia, ho visto in strada circolare Vespe ed è un orgoglio pensare come il signor Piaggio, nonostante le macerie del secondo dopoguerra, abbia avuto il coraggio di ricominciare e con ostinazione ideare un mezzo di trasporto veloce, che servisse alla gente per tornare alla vita dopo il disastro del conflitto. E ciò pensando alla donna e come potesse salirvi con la gonna senza che si incastrasse con la sella o si sporcasse con la catena. Quindi chapeau alla sua lungimiranza in un’epoca assolutamente maschilista. Non aveva più nulla, poiché i suoi capannoni erano stati distrutti dai bombardamenti, e tuttavia si industriò, coinvolgendo gli ingegneri e i suoi operai, con i motori rimasti di 98 centimetri cubici, scarti che servivano a far partire le eliche degli aerei da guerra, per creare la Vespa. Ecco, quanto basta per considerare la grandezza di questo aristocratico imprenditore, laureato in economia e commercio, che in quell’epoca difficile non si è rivolto all’elite ma alla popolazione più umile per contribuire alla rinascita del Paese: ha inventato un mezzo di trasporto economico consentendo a tutti di pagarlo a rate per sopperire alla mancanza di denaro, creando così di fatto il credito al consumo. Questo dare fiducia agli italiani ha permesso di creare il boom. Oggi Piaggio è tra i primi 10 brand al mondo che rappresentano il Made in Italy”.

 

– Le due ruote sono anche una tua passione, permettono di scoprire il mondo a contatto con la natura…

“Sì, le due ruote sono una mia grande passione. Io stesso sono un vespista: la mia prima libertà l’ho conquistata esattamente a quattordici anni e tre mesi grazie proprio alla Vespa 50 Special, allora non serviva il patentino né il casco. E poi in scooter, mentre mi trovavo a Taormina per ricevere il Tao Award, assieme alla mia compagna Nina (Verdelli, giornalista e scrittrice –ndr- insieme nella foto) ci siamo avventurati persino sull’Etna. Con Nina oggi aspettiamo un figlio, l’emozione più grande.”

– Nella fiction “La strada di casa”, per come si è conclusa, sembra tu abbia definitivamente dismesso i panni di Fausto Morra, anche qualora si producesse una terza serie….

“Non saprei, dipende da cosa si inventeranno semmai gli autori. Tutto lascia intendere che nel film sia morto, a meno che non facciano dei flashback. Comunque vada, saranno scelte condivise con sceneggiatore e produttore, anche se  ho dato io l’input per come farmi uscire di scena”.

 

– Invece ti rivedremo come maestro di musica in una seconda stagione de “La compagnia del cigno”?

”Inizieremo le riprese tra marzo e aprile dell’anno prossimo, ma ancora non ho letto il copione”. 

Sempre per il piccolo schermo in passato hai interpretato Walter Chiari, mentre in teatro indossi i panni di Don Chisciotte. Il palcoscenico è il primo amore, che resiste anche al fascino del ciak cinematografico?

 “Il teatro fa parte di me sin dai primi passi in questo mestiere. Ho studiato all’Accademia di Arte Drammatica e prima del cinema e della televisione ho lavorato per sette anni solo in teatro. Senza palcoscenico e sipario è come se mi togliessero una parte di me, è una sorta di terapia che mi consente di confrontarmi direttamente con il pubblico. Certo, sono consapevole che per ottenere 5 milioni di telespettatori occorrerebbero 60 anni di teatro, ma non importa, mi piace il termometro del pubblico in sala, percepire l’emotività della gente. Sensazione che davanti a una macchina da presa chiaramente non si avverte”.

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