Fabiana Giacomotti: “Le diverse prospettive della moda: storia, arte, artigianato, economia”

E’ giornalista, scrittrice, docente universitaria, innanzitutto è donna di grande cultura. Lo stile e l’eleganza appartengono in assoluto a Fabiana Giacomotti, non soltanto per quell’universo moda che descrive e racconta con dovuto piglio critico, la giusta competenza e ben oltre quella semplice proiezione di lustrini che arriva al consumatore. Lo dettaglia ne ‘La moda è un mestiere da duri’, suo ultimo libro edito da Rizzoli, presentato di recente anche a Taormina nell’ambito della Taomoda capsule.

La moda talvolta non è presa troppo sul serio dai non addetti ai lavori, che piuttosto la considerano una “schiumevole frivolezza”. Consideri quest’ultima valutazione una forma di snobbismo di chi non la vive e non sa distinguere un ‘duro mestiere’ da ‘un mestiere da duri’?

“La moda sconta fin dall’etimologia, Modus, il suo peccato originale. Moda come modo: dunque non una realtà produttiva, come nel sostantivo inglese “fashion” che deriva dal latino facere, cioè qualcosa che si produce con le mani, ma moda come una maniera di essere, di presentarsi, di trasformarsi”. -spiega Fabiana Giacomotti- “Qualcosa che vive nella volontà, nel giudizio, e che a questo si assoggetta. Nel sostantivo moda noi comprendiamo il giudizio che diamo a chi la segue. Il che, in un paese di matrice cattolica come la nostra, è già sentenza di condanna. Lo dimostra il fatto che si stenti a immaginare le sarte e i lavoranti delle aziende di moda come operai e lavoratori dell’industria indistinguibili da chi produce mobili, per esempio, o auto. Chi cuce vestiti pare sempre che lo faccia per il proprio piacere. Quando pensiamo a un operaio pensiamo a una tuta blu, non a un camice bianco da sarto”.

Nel tuo libro tieni a sottolineare che la moda si interseca con la storia, l’economia, la società, l’arte, il cinema, il costume, la letteratura e che ne detta a volte le regole, per quanto altre volte ne resti schiacciata…

“La moda, adesso e soprattutto in Italia, è diventata la prima sostenitrice dell’arte e della conservazione di tante meraviglie naturali del nostro paese. Basti pensare a Fendi con le fontane di Roma e il sostegno agli studi caravaggeschi, a Zegna con l’Oasi alle pendici del Monte Rosa, alla Fondazione Prada che sta rianimando un intero quartiere milanese un tempo abbandonato”.

Aumentano i ragazzi che scelgono di intraprendere un percorso di studi universitari legato alla moda: secondo te quanto ha inciso in tal senso il fenomeno influencer?

“E’ vero che gli studenti universitari in discipline della moda sono in aumento, benché le università italiane che offrono corsi dedicati siano solo quattro, Politecnico, Iuav, Bologna e noi della Sapienza di Roma, e che solo Bologna e Roma offrano l’intero ciclo di studi, cioè triennale, magistrale e Master. Ma non credo che gli influencer spingano gli adolescenti verso le università. Francamente, è difficile leggere il post di un influencer anche famoso e associargli la statua della Minerva che accoglie gli studenti della Sapienza. Però, negli anni ci sono capitate ottime studentesse e studenti brillanti che hanno aperto profili di successo. Non esiste una regola precisa: in media, chi è bravo e in gamba lavora bene sui social ma anche sui libri. Mi risulta che Chiara Ferragni sia laureata alla Bocconi, non in una scuola professionale”.

Da un lato giornaliste di moda, dall’altro le fashion blogger. Due facce opposte di uno stesso universo, con i lettori, specie i più giovani, confusi. Come abituarli a filtrare le fonti della notizia, oggi che l’informazione corre veloce sul web?

“Quando penso che per anni le giornaliste di moda sono state etichettate come pennivendole a scopi pubblicitari e che oggi, nel confronto con blogger e influencer, sono assurte al rango di paladine del giornalismo duro e puro, mi viene da ridere. La verità è che il giornalismo di moda scevro da interessi commerciali non esiste perché la sua natura è commerciale. Il modello del giornale popolare (e ribadisco popolare, non elitario) di moda è nato alla metà dell’Ottocento come anello di congiunzione fra un’industria tessile e chimica che andava espandendosi, con prezzi sempre più concorrenziali, e un popolo sempre più inurbato, evoluto e provvisto di denaro da spendere. Doveva suggerire, consigliare, e doveva farlo al meglio. Se si leggessero oggi riviste come “Il Corriere delle Dame” o “La moda illustrata”, si scoprirebbe che l’editore Ferdinando Garbini applicava le stesse regole e le stesse strategie di marketing della Rizzoli o della Condé Nast di oggi, con mezzi naturalmente meno tecnologici ma, forse, perfino più creativi.

Per quanto riguarda la veridicità o l’interesse di una notizia di moda, la questione mi pare semplice: gli influencer non danno notizie, ma consigli di stile legati alla loro persona e, sperabilmente, personalità. Il legislatore ha da poco imposto loro le stesse regole di trasparenza imposte alla stampa (devono cioè segnalare l’eventuale post pubblicitario e/o pagato, cioè praticamente tutti), ma credo stia a chi li segue decidere se e a quali condizioni farlo. In merito alla “garanzie”, mi rifaccio sempre alla risposta che mi diede qualche anno fa una classe a cui avevo domandato dove e come si informassero: “Ci fidiamo solo dei brand: Corriere, Repubblica, Stampa, Foglio”. Eccetera eccetera. La brandizzazione è l’unica forma di garanzia in ogni campo. Serietà e qualità, buone firme, ricerca delle e attorno alle notizie: la formula, ancora una volta, è semplice. Sebbene gli editori tendano a disattenderla in ogni modo, ultimamente”.

Tu possiedi una grande cultura che spazia dalla letteratura francese alle materie economiche passando per la moda e l’arte. Conoscenze che trasmetti da giornalista così come da docente universitario. E’ il miglior modo di essere influencer?

“Ti ringrazio. Ma, come osservavi tu nelle prime domande la moda, espressione visiva, iconica, della cultura cioè dello stile di chi la porta e magari la crea, “contiene” la storia, l’arte, l’artigianato, l’economia. Ogni scarpa, ogni gioiello, in particolare italiano, racchiude in sé tutti questi elementi. Inquadrarli in prospettiva è il lato più affascinante di questo mestiere, ed è quanto cerco di trasferire ai miei studenti e ai miei lettori”.

(intervista di Agata Patrizia Saccone)

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